E se un Dio esiste, compare sempre negli occhi di chi ami mentre si addormenta, nelle passioni che ci staresti a morire pur di viverle, nei capolavori dell'arte che ti prendono a calci nelle viscere, nelle mani di chiunque aiuta gli ultimi, tali senza colpe.
uomo di rame
@uomodirame.bsky.social
Scrivo per cicatrizzare, sanguinare, respirare, vivere, sopravvivere.
La grammatica è erotica: mette ordine nel desiderio, sceglie dove posare una parola, quando tacere, come sfiorare un pensiero. Seduce più di un corpo muto, perché anticipa la cura della pelle. Chi sa governare una frase, sa come sapientemente usare le mani.
Mezzanotte, l'ora dei disperati, dei sognatori e delle puttane. Dei gatti in amore, dei sogni infranti. E di me.
Parlare può essere più intimo del sesso: ci si penetra senza spogliarsi, entrando nelle stanze che teniamo chiuse agli altri. E non esiste anticoncezionale per le parole: quando arrivano davvero dentro, qualcosa nasce. E al nascituro non sai dare un nome, troppo impegnato a godere senza definire.
Lasciare andare qualcuno è una forma austera d’amore: aprire la mano senza fingere che non tremi. Non trattenere, non inseguire, non trasformare l’assenza in una colpa. A volte la libertà è l’ultimo dono che possiamo fare a chi ha scelto un’altra strada.
Mi sono già presa fin troppe libertà in passato che ora la cosa più spontanea che mi viene è stare nel mio senza interferire
A quasi cinquant’anni il tempo cambia voce: si sentono più addii che benvenuti, più porte che soglie da varcare. Non è paura della fine, ma la malinconia di una clessidra che, mentre la guardi, sembra svuotarsi proprio delle ore che avresti voluto abitare.
Non chiedere all’altro di cambiare forma per entrare nel tuo amore. E non amputare le tue ali per restare dentro il suo sguardo. Alcuni legami chiedono radici, non potature: se per essere amati dobbiamo diventare altro, forse è la nostra libertà a chiedere di essere salvata.
Il sesso non è mai solo sesso. Anche quando lo chiamiamo così, ci portiamo dentro il corpo, le attese, le paure, la memoria, il desiderio di sentirci scelti o semplicemente vivi. A volte dura minuti, ma lascia nel tempo qualcosa che non aveva chiesto il permesso di restare.
Scrivere, suonare, cucinare: laboratori interiori, forme di psicoterapia alternative. Scrivo per capire cosa sento, suono per sentire cosa non ascolto, cucino per trasformare ciò a cui penso. La cura comincia quando il caos trova una forma nelle nostre mani, rendolo armonico, senza soffocarlo.
Mi attirano i naufraghi e i sopravvissuti della vita: quelli che non guardano le tue ferite per capire cosa hai sbagliato, ma restano ad ascoltare. Non dicono «com’è possibile?». Dicono: «Raccontami meglio». Perché sanno che certi abissi chiedono qualcuno disposto ad ascoltarli, guardandoci dentro.
La tragedia non è perdersi: è riconoscersi dentro una vita che non ci somiglia. Continuare a chiamarla “mia”, mentre qualcosa, sotto la pelle, prepara una fuga. E le giornate diventano il rumore sordo di una porta le cui chiavi per aprirla sono sempre nelle tasche di chiunque. Tranne le tue.
Gli addii sono astuti e spietati: amano travestirsi da arrivederci, da pausa, da domani. Accadono mentre siamo ancora lì, dentro una stanza, una conversazione, un sorriso di circostanza. Capendo, molto dopo, che mentre entravamo al cinema, proiettavano già i titoli di coda.
E come ti sentivi davanti a lei? Coraggioso, e disperato.
Siamo un incidente geografico: coordinate casuali sulla mappa dell’esistenza, un incontro che nessuna cartografia avrebbe previsto. Eppure, a volte, proprio l’errore traccia la strada che non sapevamo di cercare.
Tutto finisce. Anche ciò che credevamo eterno. Il resto è il modo in cui continuiamo a portarlo con noi.
Ci sono piaceri che scelgono il silenzio: segreti, intimi, intensi perché nessuno mai li saprà. Vivono violenti, nel respiro che cambia, in quella sottile vertigine che appartiene soltanto a chi la prova.
La malinconia è un tatuaggio che il tempo non scolora: resta sulla pelle come una firma segreta. È l’inchiostro delle cose perdute, delle stagioni che hanno lasciato segno sotto pelle. A volte la sfiori senza accorgertene; altre, la guardi e capisci che alcune assenze sono parte del tuo volto.
Il senso di colpa ha una strana predilezione per le coscienze innocenti: si aggrappa a chi si interroga, mentre, chi ferisce, spesso attraversa il dolore altrui senza voltarsi. Forse la colpa non cerca il colpevole: cerca chi ha ancora una coscienza abbastanza viva da accusare persino se stessa.
Essere cavalieri non lo si scopre quando si cavalca, tra insegne e vento favorevole. Lo si comprende quando qualcuno ti fa scendere da cavallo e, senza più altezza né armatura, devi scegliere chi essere. È allora che la grazia smette di essere posa e diventa postura dell’anima, anche nella polvere.
Sono un uomo che piange. Non per debolezza, vivendo forte ciò che mi accade: lascio che il dolore attraversi il corpo senza trasformarlo in vergogna. Le lacrime, una forma più onesta di pensiero. Nel viaggio della vita, non cerco porti sicuri ma un mare abbastanza grande da contenere ciò che sento.
L’uomo è un archivista imperfetto: conserva con ostinazione l’istante del dolore e lascia evaporare ere geologiche di felicità. La memoria pesa le ferite con una bilancia truccata, mentre il bene diventa paesaggio. Forse vivere è imparare a viaggiare senza fare del naufragio la destinazione futura.
Forse la più triste delle maschere maschili è quella indossata per paura di sentire. Così si soffoca la tenerezza, si nasconde il dolore, si scambia il gelo per forza. Crescere non è diventare invulnerabili: è partire con tutte le proprie ferite, farne identità, piangere senza ritegno.
Che errore relegare il piacere fisico ai margini della vita: il corpo non è dettaglio, è una lingua. Una bocca che indugia, la pelle che cerca altra pelle, un respiro che cambia ritmo. Ci sono desideri che non distraggono dalla vita: la rendono più vera, senza scomodare l’Amore per sentirsi degni.
«Inizia a suonare uno strumento». Un consiglio che do sempre, a valere su lutti, dolori amorosi, desiderio di espandersi.
Il dolore non insegna un cazzo. È una ferita aperta, una casa dopo l’incendio, un coltello lasciato sul tavolo, un fiume senza argini. Non contiene lezioni: contiene possibilità. È l’uso che ne facciamo a trasformarlo in memoria, forza o veleno.